Meditazioni ai tempi del virus

Ho pensato di raggruppare alcune riflessioni pubblicate su LinkedIn in pieno “lockdown”, ad aprile, e di riproporle qui senza soluzione di continuità, riportando in calce anche il testo in inglese (english text follows).

I.
Leggo diversi commenti riguardanti l’impatto dell’attuale epidemia di #coronavirus sulle nostre strutture sociali e sui nostri schemi di lavoro, così come sulle evoluzioni (anche positive, soprattutto in termini di innovazione) con cui ci confronteremo una volta superato tutto e, perché no, sulle opportunità che troveremo. Personalmente trovo a volte nebulosi alcuni approcci e fatico a cogliere la base del ragionamento.

IMHO – Questa pandemia non rappresenta un reale acceleratore dell’innovazione, quanto più un fattore di rottura della nostra incapacità di accoglierla oltre che – soprattutto – un implementatore di resilienza (come è stato per molte altre situazioni di crisi in passato). Le tecnologie che stanno rapidamente permeando le nostre giornate lavorative erano già disponibili, ma spesso eravamo incapaci di compiere lo sforzo necessario per comprenderne il valore (specialmente in termini di incremento della produttività) e di rivedere le nostre abitudini e le nostre “ritualità”.

Non commettiamo per esempio l’errore di prefigurare sbrigativamente una svalutazione dell’importanza futura del contatto fisico (post #coronavirus). La presenza fisica non perderà mai la propria centralità dal punto di vista sociologico ed antropologico, anche all’interno dei processi lavorativi (è la storia che ce lo insegna), potremmo piuttosto (e più equilibratamente) dire che forse impareremo a leggerne il vero valore strategico, il che in ottica di produttività rappresenterebbe un’ulteriore emancipazione da alcune cancrene da cui il nostro sistema-lavoro è così spesso afflitto. In primis – credo – saremo costretti a rimettere al centro della riflessione “il lavoro” e non “il lavoratore”, con conseguenze che non possono che rivelarsi (queste sì) positive per tutti a medio-lungo termine.

II.
Viene da chiedersi come la revisione delle nostre abitudini, anche in un futuro ritorno alla “normalità”, ridisegnerà il nostro rapporto con lo spazio (con lo spazio antropologico) e dunque con i luoghi della nostra esistenza, non per ultimi i luoghi e gli spazi del nostro lavoro.

La notevole spinta all’utilizzo delle contemporanee tecnologie digitali di contatto ed interscambio dati (legata all’attuale necessità di inibire spostamenti e contatti fisici) sta mettendo in moto evoluzioni cui possiamo tentare di dare una lettura, ma che realmente comprenderemo solo nel loro divenire. Sta facendo da contraltare al nostro ristretto spazio vitale un’estensione delle possibilità comunicative (di contatto) che percepiamo quasi infinita: il mondo non ci è mai sembrato così piccolo – così a portata di mano – come dal limitato orizzonte delle nostre abitazioni. Abbiamo la sensazione di poter considerare un nuovo modello relazionale in cui la fisicità passa in secondo piano (a livello esperienziale) rispetto alle enormi possibilità offerte dal contatto “filtrato” digitalmente. Ma dunque quali sono i “luoghi” di questi contatti/incontri? Che valore hanno gli spazi relazionali?

Se prendiamo in prestito le riflessioni di un antropologo come M. Augè, per cui << i luoghi hanno almeno tre caratteri in comune. Essi si vogliono (li si vuole) identitari, relazionali e storici >>, c’è da credere che la nostra attuale condizioni sia una moltiplicatrice esponenziale di nonluoghi: nonluoghi antropologici totalmente avulsi dalla propria storia (Augè scriverebbe che << non integrano in sé i luoghi antichi >>). Dovremo forse considerare la possibilità che lo spazio digitale assuma le caratteristiche proprie di un luogo antropologico? Ad oggi sembra difficile, ma – come scrivevo – lo comprenderemo solo nel divenire. Quello su cui per certo dobbiamo (e dovremo) riflettere è quanto questo cambierà il nostro rapporto con il “luogo di lavoro”. Diverrà virtuale? Diverrà un nonluoghi?… ma quanti luoghi di lavoro – fisici – già ad oggi avevano perso le caratteristiche proprie di identità antropologiche?

Ecco, l’opportunità che potremo forse cogliere sarà proprio quella di considerare il vero valore del luogo di lavoro, eventualmente ricostruirlo in un’ottica nuova, realmente frutto di quei caratteri identitari, relazionali e storici (o quantomeno di storytelling) che rappresentano un reale vantaggio competitivo.

III.
La profonda crisi innescata dall’epidemia di Covid-19 sull’economia mondiale espressa in tutte le catene globali del valore è un dato di fatto oggettivo. La riflessione interessante cui possiamo dedicarci, anche in ottica futura, riguarda a mio modo di vedere la struttura di queste connessioni economiche.

Sto parlando in prima analisi soprattutto delle filiere produttive dei singoli paesi/stati inserite nelle catene globali del valore (e di come poi quest’ultime si intersechino con le sovrastrutture finanziarie etc.). Conosciamo da tempo – o quantomeno dovrebbe essere così – l’importanza delle filiere produttive, la funzionalità delle interconnessioni a livello sovranazionale e la necessità di analizzare gli interi processi produttivi di beni e servizi come strutture dinamiche (o percorsi) che incamerano e restituiscono valore in maniera continua: sappiamo dunque che è ormai impossibile studiare (o generare dei report su-) singole realtà senza considerare lo specifico ruolo svolto all’interno di queste filiere.

Ciò che più salta all’occhio però – in questo momento particolarmente, perché amplificato dalle conseguenze dell’epidemia – è come anche questi modelli descrittivi stiano rivelandosi ormai troppo “semplificati”. Le filiere produttive che a vario livello si inseriscono nelle catene globali del valore non possono più essere ridotte a processi lineari, ma piuttosto a sistemi organici complessi, molto più simili – per associazione – alle logiche che regolano gli apparati biologici. Mi rendo conto solo ora, rileggendo parti dei miei studi su “multicentralità e distretti produttivi” (nei primi anni 2000), di come questa evoluzione delle connessioni in una sorta di vero e proprio tessuto organico, che agisce e reagisce più come un organismo vivente che come un calcolatore elettronico (non soltanto in termini di imprevedibilità), sia in atto da almeno 20 anni. Non sto dicendo nulla che non sia già pienamente riconosciuto dalla comunità scientifica: dalla moderna scienza statistica ed economica… credo però che nella situazione attuale viviamo (e vivremo) l’esigenza dirompente di modificare molto i nostri schemi di analisi ed il nostro approccio al mondo economico.

Sarà estremamente complesso! Pensare di agire non all’interno di semplici catene bidirezionali o di matrici facilmente leggibili, ma di strutture fortemente complesse (a cui la nostra stessa matematica non è pronta) è una sfida che può anche spaventare… eppure forse Covid-19 darà una forte spinta anche a questo.

SHORT “CORONAVIRUS MEDITATIONS

I.
I read a lot of comments concerning the impact of the current #coronavirus epidemic on our social structures and work models, as well as on the evolutions (also positive, especially in terms of innovation) with which at the end we’ll have to cohabit. And I also read a lot about the opportunities – why not? – we will find in the future. I personally find some approaches a little too hazy and I struggle to catch the basis of reasoning.

IMHO – This pandemic isn’t a real innovation’s accelerator, but more a factor in breacking our inability to receive this innovation as well as – first of all – an implementator of resilience (as it has been for many other crisis situations in the past). The technologies that are rapidly permeating our working days were all already available, but we were often unable to make the effort to understand their value (especially in terms of productivity’s increase) and to revise our habits and “rituals”.

For example, we have to be careful to the “easygoing” mismatch of hastly prefiguring a devaluation of the future relevance of (so-to-say) physical contact, post- #coronavirus. The physical presence/impact will never lose its focus from a sociological and anthropological point of view, even in the working process (the history teaches it us), we could eventually, more prudently, say that perhaps we will have the chance to understand its true strategic value, which in terms of productivity would represent a further emancipation from some typical gangrene of our work-system. First of all – I mean – we will be forced to put “the work” and not “the worker” at the center of discussion, with everyone’s medium-to-long term positive consequences (I’m pretty sure).

II.
It’s natural to wonder how the revision of our habits, even in a future “return to normality”, will redesign our relation with space (with the anthropological space), hence with the places of our life and not least the places and spaces of our work.

The big push in using the actual technologies for digital connection and data exchange (related to the current need to inhibit physical movements and contacts) shows us some evolutions to which we can try to make sense, but we will only be able to understand these changes in their becoming. An extension of the communication (contact) possibilities, that we’re feeling as almost infinite, is the counterpart of our restricted living space: the world has never seemed us so small – so handy – as from the very limited horizon of our homes. It seems to us that we can imagine a new relational model in which the physicality takes second place (experientially) compared to the wide possibilities offered by the digital-filtered contact. So, what are the “places” of these connections/meetings? What for a value do “relationship spaces” have?

According to the reflections of the french anthropologist M. Augè << the places have at least three common characters. They want themself (and we want see them) identitarian, relational and historical >>, we can easily think that our current condition is an exponential multiplier of nonlieux: antropological nonlieux, totally detached from their own history (Augè would probably write that << they cannot integrate ancient places >>). Should we consider the possibility that digital space takes on the characteristics of an anthropological place? It seems still difficult today, but – as I wrote – we’ll understand it only in our future. Anyway, we certainly have (and will have) to reflect on how much all of this will change our relation with the “workplace”. Will it become virtual? Will it become a nonlieux? …but how many workplaces – physical – had lost the characteristics of anthropological identity already today?

So here it is! The opportunity that we may take will be to consider the real value of the workplace, possibly rebuilded in a new perspective: the result of those identitarian, relational and historical (or at least “of storytelling”) characteristics that will represent a new real asset.

III.
The deep crisis triggered by the outbreak of Covid-19 on the world economy, expressed in all global value chains, is objective. I mean, the interesting reflection we can do, also for the future, concerns the structure of these economic connections.

First of all I’m thinking about the supply chains of the single countries/nations which are embedded in the global value chains (and how it all intersects the financial superstructures etc.). We known for a while – or at least it should be so – the importance of the supply/production chains, the functionality of the supranational interconnections and the necessity – that we have – to analyze all the global production processes of goods and services such as dynamic structures (or paths) that seamless take and return value: therefore we know that it’s by now impossible to study (or to generate reports on-) individual cases without considering the specific role played within these supply chains.

What is most evident, however – at this moment particularly, due to the amplification caused by this epidemic – is how even these descriptive models are now becoming too “simplified”. The supply chains that are be connected, at various levels, to the global value chains can no longer be reduced to linear processes, but rather to complex organic systems, much more similar – by parallelism – to the logic that regulates biological systems. I’ve just realized, by reading again some parts of my studies on “multi-centrality and productive districts in Italy” (of the early 2000s), how from at least 20 years is going on a mutation of the connections in a sort of real organic tissue, that acts and reacts more like a living organism that as a machine/calculator (not only in terms of unpredictability). That saied, all of what I’m writing is quite acknowledged by the scientific community: by modern statistical and economic science. I mean, however, that in the current situation we live (and we will live) the disruptive necessity to enormously modify our schemes of analysis and our approach to the business world.

It will be extremely complex! It is a challenge that can also be frightening: let’s imagine that we’ve not to act into simple bidirectional chains or easily readable matrices, but in highly complex structures (to which our own mathematics is not ready)… perhaps Covid-19 will give a strong push also in this direction.

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